sabato 16 marzo 2013

Il nastro nero



Il nastro nero
I
Il dottore vuole leggere le tue lettere. Dice che è importante per capire come abbia fatto io a finire  qui dentro. Per me è uno sforzo non indifferente scendere in cantina, cercare il baule e tagliare i nastri con i quali ho legato le tue lettere. Tutte legate e sigillate con un nastro nero.
A mano a mano che arrivavano le legavo con un nastro bianco o rosso: era primavera ed il bianco ricordava le gemme che stavano nascendo sui rami spogli degli alberi del giardino. L’inverno era stato molto lungo, freddo e ghiacciato.
Il rosso, inutile dirlo, era il colore dell’amore e della passione. E poi ricordava  il fuoco che eri riuscito ad accendere nuovamente dentro me.
Insomma, dal giorno in cui mi hai inviato quel laconico biglietto di addio, senza una spiegazione, ho legato tutte le tue lettere col nastro nero, le ho chiuse nel baule e portate in cantina. Legare: uso spesso questo verbo. Aiuta a capire.
A volte mi chiedo se sto sprecando più energie nell’impedirmi di scendere in cantina e rileggere le tue lettere, cosa che mi auto impongo per orgoglio oppure sarebbe meglio scendere, aprire, rileggere ed inviare un biglietto per chiederti spiegazioni. L’orgoglio costa energia,  ha un duro prezzo e mi sento sfinita.
E poi sono stanca, stanca di parlare ed anche di scrivere. Ci siamo scritti tanto io e te. Lunghe, infinite lettere d’amore. Intervallate dai silenzi che lei ci imponeva o forse tu mi imponevi.
Quella passeggiata al mare non riesco a scordarla.
Come non dimentico le tue parole.
Non dimentico neanche gli occhiali che toglievi per baciarmi, non dimentico le frasi d’amore ed i tuoi sempre. Per sempre.
A proposito di occhiali: li conservi ancora i miei nel cassetto della scrivania del tuo studio? O li hai gettati via così come hai fatto col nostro amore?
A volte mi chiedo come fai a vivere senza di me: un taglio netto, rapido e tutto il nostro amore è scomparso nel nulla.
E poi il silenzio, un silenzio che mi da malinconia e dolore.
La pia donna ha vinto e nella sua vittoria le stringo la mano.
Bisognerebbe uccidere capretti per festeggiare il ritorno all’ovile.
Ed un coltello puntato sulla gola.
Un taglio netto: da chirurgo.
Un taglio maschile: ma io sono donna.
Comunque ci ho provato ed anche se i lembi della ferita erano smerlati come un fazzoletto ricamato, il sangue è sgorgato copioso e rosso. Come la passione.
E dovrei scendere  in cantina ad aprire il baule, ma sono stanca. Tanto.
Della ferita sul collo è rimasto un sottile ricamo rosa, sfizioso come i merletti sulle gonne delle bambole: ma ora mi fanno male i polsi. Quelli però non ho cercato di aprirli con un  taglio maschile: me li hanno legati con la scusa di evitare che le mie velleità da chirurgo facciano il bis sulla mia gola.
E pensare che volevo solo uccidere il capretto per aiutarla a  festeggiare il tuo ritorno, tra una messa e un'altra, tra una preghiera e l’altra, tra un tradimento e l’altro.
Si, perché tu la tradisci ancora. Con un'altra che crederà di vedere gemme bianche sui rami e rosse processioni di passione nel venerdì santo.
Il dottore vuole leggere le tue lettere.
Ma io le lascio laggiù, legate al nastro nero.

II

Ormai devo scendere. Scendere nel pozzo. E’ un percorso obbligato.
I polsi sciolti dai lacci fanno meno male. La cicatrice orna il collo coi suoi merletti  rosa ed in apparenza tutto procede come nei migliori manuali di  psichiatria.
Paziente in via di guarigione, dice il dottore.
Posso uscire dalla stanza e vedere la tv con gli altri. Ma la tv è proprio una moderna diavoleria tecnologica. Ti scaraventa nel pozzo, senza neanche tu te ne accorga.
Sto tranquilla. All’improvviso ti vedo: occhiali, fede al dito, voce melliflua. Sguardo nervoso, mobile, lo stesso che avevi quando mi incontravi ed avevi terrore di essere scoperto.
L’inquadratura si sposta ma l’operatore non risparmia la tua mano, sul lato destro dello schermo, una mano mollemente poggiata sul tavolo, la fede che brilla. Segno di fedeltà.
Ed io inizio a cadere nel pozzo
Precipito ma cado leggera, oppongo le mie deboli forze alla pietra che hai legato ai merletti rosa del collo. Legata al nastro nero. Nel frattempo  le pareti del pozzo si illuminano.
E vedo.
Antilopi, felini, cervi.
Corpi di donne incinte, visi maschili e profili animali
E’ il solstizio d’estate, i raggi al tramonto entrano ed il sole morente contrassegna i contorni, ne marca le corna, il muso, gli occhi, la pancia.
Il grande uro è lo Scorpione, i cavalli  la costellazione del Sagittario.
Graffiti  per un luogo di culto.
E’ il regno dei morti e la grande madre  nasconde i corpi celesti prima che questi rinascano.
Intanto  io cado.
E ti vedo, antico sciamano nel luogo sacro,  incontro di spiriti divini
Consumi i tuoi  riti iniziatici,  propiziatori alla caccia.
La caccia alle streghe. Alla strega che precipita nel fondo del pozzo.
Il  pozzo nero  in cui mi hai rinchiuso, mancando di rispetto alla Madre terra.
Dovrei bruciare al rogo, per il beneplacito delle  pie donne che curi col  tuo tamburello.
E la spina di pesce per entrare, entrare nel mondo degli spiriti.
E’ un attimo.
Prendo una sedia.
E’ un attimo.
Un volo violento e rapido.
E’ un attimo.
Un lampo lambisce la tv
E’ un attimo.
I polsi ora fanno male: avvolti nuovamente al nastro nero.

III

Sono tornata al mare e la dama [1] mi guarda. Come sempre.
Vedo giovani famiglie fare il bagno al largo. Bimbette dalle treccine bionde, avvinghiate ai loro papà, giocano con l’acqua e la felicità sembra abitare le loro vite come se nulla fosse.
Forse sei al mare anche te, con la tua bimba abbracciata e lei che vi sorveglia da lontano.
E sorride, soddisfatta del quadretto familiare.
Il dottore ci ha permesso di trascorrere una giornata al mare, tra sabbia e sole.
Io non ne ho tanta voglia, la mia pelle bianca dentro al costume vecchio e slabbrato cozza con i corpi atletici ed abbronzati dei villeggianti. Ma il dottore ha insistito, dice che mi fa bene.
Sono bianca, come bianca è la sagoma della dama che si getta dal dirupo per raggiungere il suo principe innamorato. Ed annegare.
Sono bianca come i nastri con cui impacchettavo le tue lettere d’amore. E poi morire.
Mentre l’infermiera ci conduce nel luogo dove possiamo fare il bagno, vedo alcuni cani bagnini.
Hanno giubbotti salvataggio rossi, come i nastri che alternavo nell’impacchettare le tue lettere.
Salvano vite che rischiano di annegare, ma lei non sono riusciti a salvarla: la dama ha voluto morire.
Mi sento impacciata, mente cammino con i sandali di gomma ed il costume sbiadito e largo, la cicatrice rosa è sempre sul mio collo, i polsi e le caviglie  ombrati dai segni dei nastri neri con cui il dottore ha voluto tenermi in vita. Per forza e mio malgrado.
Scendo piano piano nel mare, con i sandali di gomma ed il costume slabbrato che si gonfia d’acqua. L’infermiera mi tiene d’occhio: ha timore che cerchi di annegare.
Mi avvicino ai gruppetti di famiglie felici,fingo di nuotare e stare bene: ed intanto osservo i papà.
Faccio piroette e mi fingo felice. L’infermiera non mi perde d’occhio.
Alzo lo sguardo verso la dama bianca e la vedo che precipita nel buco nero di un mare profondo e blu. Piange mente vola ed io mi sento meno sola.
Le grida dei bimbi che giocano nell’acqua sono forti e stridule. Sembrano garruli uccelli.
Remoti ricordi di studi liceali si insinuano nella mente fino ad affollarla e sento gli uccelli cantare la veglia di Venere:
“Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ecco già sotto alle finestre i tori stendono i loro fianchi,
sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto.
Intanto te ne stai al sicuro in famiglia ed io sola, al mare, con il costume slabbrato e la pelle bianca.
Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore:
e pure gli uccelli canori non volle la dea che tacessero.
Ed anche lei, pia donna beata accanto a te, ascolta il canto degli uccelli divini.
Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido,
all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla
Tua figlia, cigno innocente,  gioca gridando  fra le onde e  il canto della fanciulla giunge alle tue orecchie
sì che tu credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa
anziché lamentare la sorella per il barbaro marito
Io, la mia gola, ho tentato di tagliarla con armonia femminile per aiutare lei, sorella mia di genere, ed assolvere te, amore mio infedele
 Lei canta e io taccio.
Quando viene la mia primavera?

Quando sarò come la rondine e finirò di tacere?
Ho perduto tacendo il mio canto, e lui non mi considera più.
Il silenzio così mi  perdette
 
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò. [2]
Adesso finalmente grido, creando spavento tra i cigni garruli che giocano con i loro papà.
Lei intanto sorveglia da lontano, soddisfatta del quadretto familiare.
Faccio un balzo in avanti, con la mano afferro il collo bianco del cigno, spingendolo con tutte le forze verso il fondo.
Il buco nero del mare blu e profondo si apre. Come si aprì la mia gola.
Sento mani che mi afferrano, la dama bianca mi sorride, l’uccello dalla chioma d’oro strepita terrorizzato, il toro si infuria e la pecora disperatamente bela.
Poi il buio: ora sono qui, sudata e piena di lividi,  i polsi e le caviglie legati al nastro nero, come sempre.
IV

Sono passati quattro mesi dalla giornata trascorsa al mare, è novembre, gli alberi sono spogli e le foglie caduche danzano al ritmo di un vento carico di dolore.
Il dottore mi ha convinto a riprendere a dipingere. Una volta, prima che ti incontrassi, ero una brava pittrice.
Ora i miei quadri sono tutti bianchi e rossi, come i nastri che legavano le lettere. Lettere ormai sepolte in cantina, in un baule legato al nastro nero.
Le pareti della mia cameretta sono nude e spoglie. Come gli alberi.
I miei polsi bluastri: come i segni del nastro nero.
Il dottore ha avuto l’idea di organizzare una mostra: vuole che io esponga i miei quadri.
Mi convoca nel suo studio: mi chiede se sono d’accordo a far presentare i miei lavori da un famoso luminare, esperto di cromoterapia e fa il tuo nome.
Atterrita balbetto qualcosa, farfuglio scuse ma non esagero per non insospettirlo. Come sempre tento di tutelare la tua privacy e non accostare il mio nome al tuo. Ti salvo sempre e con te, salvo lei.
Lui insiste, sei tra i professionisti più esperti del settore. Sarebbe un vero onore per me e per tutta la clinica se tu venissi ad inaugurare la mostra.
Mi arrendo: troppa reazione contraria desterebbe sospetti.
Mi sento inerme e indifesa: sicuramente penserai che è un’altra delle mie diavolerie per incontrarti. E pensare che invece ho tentato di togliere il disturbo, tagliandomi la gola. Ma il dottore mi ha salvato.
Da luglio sto meglio, il dottore non ha più usato il nastro nero ed ora non voglio ricadere nel pozzo a causa tua.
Ma il destino mi è avverso, mi impone la tua presenza.
Sconfitta rientro in camera e tento di dormire.
V
Questo silenzio è assordante: invade le mie orecchie.
Lo stesso silenzio che accompagnava le domeniche e i periodi di festa.
Avevi affittato una piccola casa tutta per me, con il giardino, ma la dimora del nostro amore, col tempo, si era trasformata in una gabbia dorata.
Niente telefono, niente visite nelle feste comandate, solo attese e silenzi.
Silenzi che testimoniavano abnegazione e fedeltà. La mia.
Tu vivevi, io sopravvivevo. Respiravo piano piano per non soffocare e ascoltavo il silenzio.
Lo stesso silenzio di questa notte di veglia.  
Lentamente arrivano al mio orecchio musica e strofe di una canzone che conosco.
“Me ne sto lì seduta assente con un cappello sulla fronte e cose strane che mi passan per la mente. Avrei una voglia di gridare ma non capisco a quale scopo poi d'improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco”
Nessun cappello per me, solo pensieri strani. Vorrei gridare, piangere e ridere ma ho timore che il dottore mi leghi al nastro nero, polsi e caviglie bloccate.
“Se sento voci non rispondo e vivo in uno strano mondo dove ci son pochi problemi dove la gente non ha schemi. Non ho futuro né presente e vivo adesso eternamente il mio passato è ormai per me distante”
Non ci sono voci questa notte. Tutto è silenzio, il silenzio assordante che i farmaci donano a chi non ha schemi  a cui obbedire né regole da seguire.
Io però  uno schema lo avrei, anzi un progetto per il futuro: riuscire a vivere senza te e senza il nastro nero del dottore.
Nel passato nastri bianchi e rossi, come la primavera e la passione.
Nel presente  nastri neri.
Nel futuro nessun nastro: né bianco, né rosso, tantomeno nero.
“Ma ogni tanto sento che gli artigli neri della notte mi fanno fare azioni non esatte. D'un tratto sento quella voce e qui comincia la mia croce vorrei scordare e ricordare la mente mia sta per scoppiare”
Quando ho sentito la tua voce in tv, sono caduta nel pozzo nero.
“E spacco tutto ciò che trovo ed a finirla poi ci provo tanto per me non c'è speranza di uscire mai da questa stanza. Sopra un lettino cigolante in questo posto allucinante io sogno spesso di volare nel cielo. Non so che male posso fare se sogno solo di volare io non capisco i miei guardiani
perché mi legano le mani.”
E il dottore mi ha legato i polsi per farmi vivere.
“E a tutti i costi vogliono che indossi un camice per me le braccia indietro forte spingo e a questo punto sempre piango”
Ora  piango anche io: non voglio che tu venga a parlare di me e dei miei quadri. E Mina canta ancora….
“Mio Dio che grande confusione e che magnifica visione un'ombra chiara mi attraversa la mente.
Le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo che un tempo forse non lontano qualcuno mi diceva t'amo”
“Ti amo” – E’ la tua voce. Sei proprio tu.
“In un addio svanì la voce scese nell'animo la pace ed è così che da quel dì io son seduta e ferma qui”[3]
Il tuo addio fu un laconico biglietto e poi il silenzio. Come sempre. Ma ora sei qui e stai dicendo che mi ami.
Finalmente ti vedo:  ti vengo incontro ma ti allontani, cammini all’indietro e mi sorridi.
La porta della mia cameretta è chiusa. Tu intanto sorridi e cammini, cammini all’indietro e ti avvii nel passato.
In quel passato dove ci siamo noi, pronti a  riprendere la  nostra vita, a  tornare nella piccola casa con il giardino, con i silenzi, con i tuoi arrivi improvvisi e le repentine partenze.
“Va bene, amore mio ” -  dico -   “Ci sto. Eccomi”
Mi metto a correre, solo la porta ci divide. Un tonfo sordo e improvviso. Poi il buio.
VI
Non è facile tornare nel passato dove tu mi attendi.
Devo aspettare che le gambe fratturate guariscano.
L’ingessatura ha impedito al dottore di mettere il nastro nero alle caviglie, però i polsi non me li ha risparmiati: non erano rotti e le mie mani erano libere.
Libere di strappare l’ingessatura, alzarmi da questo letto e venire da te.
Libere di cercare un coltello e tagliarle  la gola. Si, perché lei senza te non può vivere. Come io non potevo vivere  senza te.
Sei venuto qui e hai fatto la tua scelta.
Hai scelto me. Ed io non voglio che lei soffra.
Appena posso metto fine al suo dolore.
Io il mio dolore lo ricordo bene, nitido come una foto in bianco e nero, preciso come un cronometro, opprimente  come il nastro nero che blocca i miei polsi. 


 Chiara Passarella





                                


[1] Al Castello di Duino, eretto su un aspro promontorio tra Monfalcone e Trieste, è legata la leggenda della “dama bianca”, ispirata da una roccia candida che, vista dal mare, sembra una figura femminile avvolta in un lungo velo.”Verso l'ora degli spiriti la Dama Bianca si stacca dalla roccia e comincia a peregrinare. Per tre volte appare e per altrettante scompare nelle cupe sale del castello. Passa attraverso le porte chiuse, vaga di sala in sala rimanendo in un silenzio profondo fino all'alba, quando, abbandonato il castello, ritorna alla sua roccia, dove il cielo, impietosito dalle sue grida, la trasforma in pietra.

[2]Inno a Venere e all’Amore” “ Pervigilium Veneris” -  poemetto tramandato dall’Anthologia latina   – Autore ignoto

[3] testo della canzone di Mina  “Sognando “ – Autore: Don Backy

Il nastro nero: donne tra follia e salute mentale. folle – mente- donna la creatività come risorsa


Sono i titoli di questa serata , apparsi su volantini diversi , i titoli che non sono identici e conducono a concezioni diverse del disagio della società .

Il termine follia deriva dal latino vuoto. Attorno a questo vuoto si sono avute numerose rappresentazioni culturali della follia dove le donne sono i soggetti principali. Nella storia della follia le donne la disabiltà , i diversi , le minoranze sono stati temuti , segregati , perseguitati e privati dai diritti di cittadinanza,

Follia e salute mentale ci riportano alla preistoria della paranoia , a una visione di disturbo mentale di una branca della medicina , la psichiatria organicista . Questa clinica non è considera i disturbi femminili (come l’ansia , la depressione , i disturbi dell’umore e alimentari ) legati a una disfunzione del ciclo riproduttivo della vita femminile. 
I ritmi naturali non sono percepiti e di conseguenza.

_ la mestruazione diventa disturbo , disturbo mestruale
_ la gravidanza fenomeno medicalizzato
_ il parto da evento naturale a fantasia di morte
_ la menopausa come perdita sessuale la donna anziana da donna desiderata a donna indesiderata .

Per questa visione la salute mentale è una normalizzazione e il corpo è una macchina da riparare separato dal discorso sociale e dal sapere dell’inconscio.

Folle – mente – donna , il secondo titolo , si basa su un gioco di parole – folle – mente - donna

Erano anoressiche le mistiche medioevali ? Mentivano le pazienti isteriche , costrette al carnevale del dei giochi ipnotici ? Da queste domande nasce una nuova visione , di un lavoro di cure ,di comunità , di reti sociali e di clinica dell’ascolto.

Freud, come afasiologo e neurologo è stato il primo a comprendere che la sofferenza della paralisi isterica non era causata da lesioni anatomiche, ad aprire un'altra scena.

Freud ha rinunciato alla cura ipnotica a favore della parola ,la parola che cura , ma si è arreso all’enigma della sessualità femminile, “ cosa vuole una donna …Ponendo il femminile nel campo del pensiero della differenza E. Roudinesco ha scritto “ cè sempre del femminile alle origini della psicanalisi” Il femminile è la qualità della alterità .. Femminile e maschile non sono destini anatomici ma posizioni del soggetto dell’inconscio . In Grecia la follia non era una malattia, ma un mezzo per forzare i limiti della personalità . Le Baccanti seguivano il vangelo di Dionisio ma se l’estasi maschile era individuale e accettata , quella delle donne era di gruppo e non era riconosciuta.

Saper entrare e uscire dalla pazzia è un sapere femminile ..è un rischio , il rischio di assumere la responsabilità del proprio desiderio. Il desiderio nasce dal vuoto e genera creatività.. Il mito del giardino di Adone ci conduce alla nascita della creatività . Nella festa degli orti, le donne non seguivano le regole del giardinaggio , ma diffondevano nell’aria i semi dei fiori senza una logica.. Il giardino di Adone era effimero ,non produceva denaro , era deriso dai filosofi . Non raccoglieva primizie ma solo aromi, una raccolta leggera di essenze e nuovi profumi.

La follia è l’ esperienza del limite e della assenza dell’Altro , la creatività è il passaggio dal primato fallico al godimento femminile.La scrittura , l’opera d’arte , la creatività non sono processi indolori .

Il linguaggio e i legami sociali nascono da una perdita . Il dolore è un terribile compagno, , Dionisio ..uccide …uccide la Cosa, l’ oggetto perduto non è l’oggetto ritrovato . ..( il das ding di Freud )

E Dionisio , scrive Euripide, è “ Un dio terribile e dolcissimo .”

Silvana Rosita Leali